So che con questo post solleverò un vespaio, ma ho una cosa lì e la devo tirar fuori.
Da tre anni vacanza nello stesso posto, nella stessa spiaggia, nello stesso periodo. Dopo un po' le facce degli abituè le riconosco. I bimbi crescono, i genitori cambiano (poco), qualche nonno che viene e che va. Tra questi volti conosciuti, con cui occasionalmente si è scambiata qualche parola, c'è L., un bimbo affetto da sindrome di Down, e lei, E., la sua mamma. Li osservo da lontano ogni anno, con estrema ammirazione. Sì, perché con loro non vedo mai nessun altro, mai un nonno, mai un papà, una zia, nessuno. E parlo di ammirazione a prescindere dalla malattia, perché portarsi ombrellone, asciugamani, sacca, giochi e pupo piccolo, tutto da sola, in quella spiaggia dall'accesso impervio, è davvero da creatura sovrumana. Ma lei, E., lo è.
Negli anni vedo L. crescere, fare progressi, prima imparare a camminare, poi a nutrirsi da solo, a giocare e relazionarsi con gli altri bimbi. Quest'anno c'è la grossa novità che sa nuotare: che stella, è bravissimo!!
Uno di questi giorni tutti uguali, Matt si avvicina ai giochi di L., interessato ad un camioncino, poi gli chiede il permesso di poterci giocare. Non so se percepisca il "differente" da sé, ma in classe al nido aveva una compagnuccia con la stessa sindrome, per cui per lui è quotidianità. Matt ha quasi tre anni, L. ne ha quattro, ma non si sa ancora esprimere, per cui interviene la mamma a sbloccare la situazione. Da lì iniziamo a parlarci anche E. ed io.
Ogni giorno cerchiamo di mettere gli ombrelloni vicini, in modo che i bimbi giochino insieme e noi ci si possa fare compagnia. All'inizio la conversazione è ovviamente molto superficiale, ma in poco tempo troviamo quel grado di confidenza che le permette di aprirsi un po'. Mi racconta di come la sua sia stata una scelta, di come il suo compagno sia scappato (ben l'80% dei padri lo fa) di fronte a questa scelta, che per altro lui non condivideva, di come anche la sua famiglia (intendiamoci: la nonna) non abbia ancora accettato L.. Mi racconta i problemi di salute di L., di come ogni giorno debba prendere una pastiglia per la tiroide, di quanto sia difficile aspettare mentre si è in lista per un trapianto di cuore, di come sia lungo lo svezzamento di un organismo che ha un metabolismo molto più lento di quello di un normodotato. Io ascolto, interessatissima a questo mondo a me sconosciuto. La sento forte, sempre sorridente, sempre disponibile. E' davvero una persona da cui imparare molto.
Poi però succede una cosa. Parlando di blog, le accenno che mi piacerebbe che nel mondo delle blogger ci fosse più voce per la diversità. Voglio dire: quanti blog leggete di mamme con bimbi autistici, down, ADHD e via dicendo, a meno che non li cerchiate apposta? Tra quelli che leggo io se ne parla pochissimo o nulla: abbiamo tutti bimbi belli, sani, sereni.. Domanda glaciale di L.: "E perchè?" Gelo. Rispondo che mi piacerebbe imparare a rapportarmi, ad insegnare a Matt il rispetto per il "diverso", ad accettare i tempi altrui.. Prendendo spunto da una nostra precedente conversazione, in cui mi raccontava che alle feste di compleanno lei porta la "sportina" per L., perché ha una dieta particolare, affermo che magari sapendo cosa possono mangiare questi bimbi (le persone Down sono ad alto rischio di diabete ed inoltre non possono mangiare cioccolato, perché ha effetti nocivi su un cuore già malato), magari faccio una torta con la panna e non al cioccolato, in modo che L. possa mangiare le stesse cose che mangiano gli altri bimbi. L'intento sarebbe chiaramente quello di farlo sentire meno diverso dagli altri: può non portarsi i biscotti da casa perché troverà tutti cibi che può mangiare. Risposta di E: "In questo modo TU sottolinei la differenza, sarebbe un gesto inopportuno e non gradito. IO sono la mamma ed IO so cosa mangia e cosa no."
Ora, non so se sia un atteggiamento di tutte le mamme di bimbi Down, ma giuro che mi ha spiazzato. M'è sembrato che a ghettizzare allora non fossimo noi, ma siano LORO a voler rimanere a parte. E con quella frase, sento che in me si è rotto qualcosa. Che possa esserci dolore, invidia, frustrazione lo capisco, sono sensazioni forti, ma aiutateci a venirvi incontro. Mi dice che le mamme di Down non amano frequentare altre mamme di Down, perchè in fondo si illudono che il loro figlio sia normale. Benissimo, ma con un atteggiamento così non allontani anche noi? Ecco, se sbaglio anche dove credo di far bene, vorrei una guida, qualcuno che mi illumini.
Aiutatemi a capire..
Ooops: per errore ho pubblicato col profilo congiunto.. Perdono!!
Mamma C


Secondo me certe volte il dolore è una sicurezza: sai che c'è, che è lì, che ti aspetta... e diventa la tua culla in cui, in fondo, stai bene, e da cui non vuoi davvero uscire...
RispondiEliminaSecondo me le passerà. Quando suo figlio dovrà imparare, come i nostri figli, a vivere nel mondo CON gli altri, troverà il modo di lasciarlo andare, e quindi di mettere gli altri in condizione di imparare come comportarsi.
Spero che se ne accorga prima di farlo diventare davvero diverso, non perchè Down, ma perchè diffidente.
questo post mi ha toccato nel profondo. forse dopo questo, troverò il coraggio di raccontare anch'io la storia della nostra famiglia e di come vivo da mamma, la diversità di mio figlio (che purtroppo c'è anche se non si vede). E' una lotta quotidiana, non semplice, ma credo che il tuo atteggiamento sia corretto. Io sono felice quando Lorenzo va' ad una festicciola di un suo compagno e la mamma ha preparato torta e rinfresco adatto a lui. La diversità si supera conoscendola e spiegandola anche ai più piccoli.
RispondiEliminaOgnuno di noi è drammaticamente diverso e "malato": chi è orfano, chi depresso, chi malato di salute, chi povero di soldi o di sentimenti, chi proprio anaffettivo, chi vecchio e solo.. Credo siano mille le "malattie" che ci logorano e avvelenano la vita. Quella mamma è "malata" in questo senso largo del termine, non suo figlio, e di una "malattia" guaribile (almeno per lei): la paura di lasciar andare (il figli o e se stessa). Suo figlio, se giocava felice con Matt credo godesse di un buon animo e di buona salute. Prego che lo capisca anche sua madre e "guarisca", visto che suo figlio non ne ha bisogno più di molti altri definiti "normali".
RispondiEliminaGrazie di questo post, è bellissimo.
è una donna sola che lotta per e con il suo bimbo malato, si è formata una diade stretta, succede a volte, ci sono madri di bimbi con problemi che affrontano in rete i loro problemi. Ho una coppia di amici il cui bimbo ha una sindrome rara, per loro è stato estremamente positivo confrontarsi con altri genitori con lo stesso problema e sapere che c'erano molte sfumature della stessa sindrome, e conoscere una bimba un po' più grande del loro piccolo, che seppure con qualche ritardo iniziale, ce la stava facendo molto bene. Ognuno di noi è unico nell'affrontare la malattia, non c'è un metodo che vada bene per tutti ed in qualsiasi momento
RispondiElimina@mammafelice: sì, lo penso anche io, il dolore come barriera verso il mondo.. Ma il giorno in cui lei dovrà assentarsi per qualsiasi motivo, L. non lo vivrà come un abbandono, non essendoci abituato? Mi sono offerta di guardarglielo io per dieci minuti mentre lei faceva il bagno e mi è stato risposto che non se ne sarebbe separata mai. Sbaglierò, ma lo trovo eccessivo.
RispondiElimina@mammamichi: il giorno in cui ti sentirai pronta, ti staremo tutte vicino, per ora ti mando un grosso abbraccio, davvero grosso. Questa mamma mi raccontava che i compagni d'asilo avevano già tirato fuori epiteti di cui manco sanno il significato, ripetendo ovviamente quello che sentono in casa. Per me è importante sia sensibilizzare verso il "diverso", sia imparare a rapportarsi, ma senza mortificare ne' una parte, ne' l'altra.. Questo però lo possiamo imparare solo da chi certe situazioni le vive quotidianamente.
@mamma F: paura di lasciare andare, verissimo, anche nella comunicazione. Se ti dicessi che lei parla il protolinguaggio di suo figlio, comprensibile ovviamente solo a loro due? E che poi paradossalmente ha contattato per settembre una logopedista? Ovvio che poi questo bimbo è sempre solo: non comunica e quando cerca di farlo ha bisogno dell'intermediario.
@amanda: senz'altro, ognuno è unico e se la vive a proprio modo. Una mamma, per di più sola, sicuramente crea un rapporto totalizzante, ma questo bimbo? Pensa che era persino difficile parlarle, perché lui richiedeva attenzioni continuamente, dandole bacini o girandole la testa verso di sé. non rischia di renderlo più solo di quanto già sia? Non so, non posso, ovviamente, capire.. Forse certe situazioni occorre viverle per afferrarle.. Mah..
Ho paura che per noi mamme che abbiamo bimbi in salute sia davvero difficile poterci immedesimare nella situazione. Probabilmente il dolore isola, rimanendo sola non ha bisogno di fare confronti. Anche a me sembra carino preparare qualcosa di adatto a tutti i bimbi se si sa che uno di loro non può mangiare tutto. Mi pare un semplice atto di gentilezza. Non ho esperienza...
RispondiEliminaPenso che sia una forma di difesa... perchè forse sono più le persone che si disinteressano o fingono di non vedere che quelle che vorrebbero capire e sapere... se è un'abitudine, quella della sporta, è evidente che nessuna mamma si è mai posta il problema di proporre un'alternativa... E, se non conosci il mondo delle mamme blogger, può sembrare assurdo fare informazione quando intorno, nella quotidianità, trovi magari per lo più disagio...
RispondiEliminasi coglie senza alcun dubbio la tua sincerita' e buona fede nel voler andare incontro a questa mamma e al suo bambino.
RispondiEliminaMa e' un terreno delicato, dei passi falsi per quanto attenti li facciamo inevitabilmente.
Ognuno soffre in modo diverso,a modo suo, non c'e' una ricetta universale, "giusta" ne' per soffrire ne' per esprimre solidarita'.
Ad un'altra persona il tuo gesto sarebbe apparso diversamente, purtroppo ognuno interpreta a modo suo, e di lei sai ancora troppo poco per capire quali filtri siano presenti,quali alre esperienze colorino il suo modo di rapportarsi alle offerte di aiuto o di vicinanza.
Personalmente, reagisco con un rifiuto e rimango offesa quando qualcuno--che conosco ancora poco, magari-- mi chiede "voi" di cosa avete bisogno, cosa fate in questo o quel caso...e "voi" puo' riferirsi alla mia religione o etnia, o alle mie allergie alimentari, non importa.
E' il puntualizzare di loro iniziativa che ci sia un "noi" e "voi" e che per qualche motivo rappresento una diversita' della quale sono curiosi--magari in tutta buona fede, diamolo per scontato--a ferirmi e irritarmi, mi sento come se fossi allo zoo, una rarita' da studiare per l'edificazione altrui.
Legittima o meno, fondata o meno, questa e' sempre la mia reazione "a pelle", anche se magari questa non era assolutamente la prospettiva di chi mi offre un aiuto non richiesto.
Io credo che abbia reagito cosi' perchè avrà sentito tanto dolore e tante parole agghiaccianti in passato (vedi marito e suocera) che adesso una qualsiasi espressione, anche se detta in buona fede, come nel tuo caso, e senza alcun riferimento malevolo riguardo la situazione di suo figlio, l'ha messa subito in uno stato di allerta, di difesa, in quanto lei tende a collocarla in un contesto di significato diverso da quello in cui tu lo visualizzavi...È da capire...Ognuno di noi sviluppa un determinato codice linguistico in base al contesto che si trova a vivere. Faccio un esempio, una compagnia di amici ha un codice espressivo che, nonostante sia composto da parole di lingua italiana, risulta difficile da capire per uno che arriva nel gruppo per la prima volta. Come questo esempio tanti altri. Questo per dire che, la reazione è stata proprio quella di una donna-mamma ferita da qualche parola che tu hai detto. Non perchè tu magari hai parlato male, semplicemente perchè, e questo tu non lo potevi e non lo puoi sapere perchè non sei nel suo vissuto , lei ha codificato qualche tua parola tramite il vissuto e la memorizzazione che ne ha di essa. Va a sapere quale parola o espressione le ha fatto venire in mente un triste episodio...questo solo nel caso aveste avuto un altro tipo di rapporto, magari piu' stretto, si sarebbe venuto a sapere...La nascita di un figlio down, cosi' come l'ha dovuta vivere lei, è stata un'evento molto particolare... Vedi, non ha fatto che sottolineare il fatto che "lei è la mamma, e lei sa..." Questa frase è da quando aveva il figlio in pancia che la porta avanti, con fermezza, per difendere la vita di quel suo figlio...si credo proprio che qualche espressione l'ha messa nettamente sulla difensiva. Le ci vuole un po' di tempo per ricodificare le espressioni e rendersi conto che il mondo è composto anche da persone che non ci vedono proprio niente di male in un bambino down...anzi.
RispondiEliminaIo non posso aiutarti a capire, ho visto spesso, persone 'diverse' per tanti motivi, rifugiarsi dietro questa loro riversità, coccolarla, usarla come arma.
RispondiEliminaE non capisco, cerco di non giudicare, anche se a volte mi sale un prurito grande alla gola.
Però non condivido.
Questo si, non condivido.
Ma le volte che ho provato a parlare mi sono sentita dire: cosa ne puoi capire tu.
E allora continuiamo con i compartimenti a tenuta stagna.
Un tema delicato!
RispondiEliminaCredo che questa mamma si sia costruita una sua corazza, per difendere se stessa e suo figlio dal giudizio altrui, dagli sguardi che esprimono compassione, curiosità o dolore che vengono interpretati come un disagioe che sarà stufa di vedere.
E' difficile immaginare quanto abbia dovuto lottare con se stessa per accettare ( se veramente c'è riuscita...)questa situazione, e sicuramente le cose sarebbero andate meglio se avesse avuto l'appoggio del suo compagno!
MI fa soffrire pensare che ci siano persone che vivono queste situazioni...o anche peggio...
@tutte: grazie davvero, sentire col vostro cuore mi aiuta davvero tanto a capire!!
RispondiEliminaE' una di quelle situazioni difficili, la questione come mi comporterei io? Credo che la chiave di tutto sia l'accettazione del genitore, senza questo primo passo, difficile e lungo, ogni altra cosa sia secondaria.
RispondiEliminaprima di diventare insegnante ho lavorato alcuni anni con bambini problematici sotto diversi aspetti (fisici, psicologici...)e ti assicuro che è molto difficile trovare genitori aperti al confronto. La maggior parte delle volte, soprattutto le madri, non sono ancora riuscite ad superare le varie fasi dell'accettazione che vanno dal rifiuto iniziale, al senso di colpa, per passare pian piano alla consapevolezza, fino alla totale accettazione. Ecco, molti non riescono ad arrivare fino a questo punto. Questo è il vero problema. Temono il giudizio e l'emarginazione, ma spesso sono i primi a farlo, anche nei confronti degli insegnanti (troppo indulgenti, poco presenti, troppo di qua e poco di là...) e dei compagni. Non sto giudicando le madri, sto solo dicendo che per crescere un figlio "diversamente abile" ci vuole tanto impegno, forza, coraggio...sforzi che spesso nemmeno vengono tanto ricompensati... La psicologia di un adulto che affronta queste problematiche è molto complessa, quindi non rimanerci male per l'atteggiamento...accetta anche se non condividi...nemmeno io condivido ma ho imparato che chi davvero ha accettato e sta bene psicologicamente allora accetta il confronto, altrimenti è una battaglia persa. ciao laura
RispondiEliminaposso "vantare" un blog che qualche volta si occupa di malattie infantili e di diversità...volutamente non faccio solo quello, perchè altrimenti la mia visibilità rimarrebbe limitata e raggiungerei meno persone...comunque la mia esperienza personale puo darti la spiegazione della reazione di E...in qualche modo stando lontano dagli altri pensa che il suo bimbo soffrirà di meno...pensa che gli altri meno sanno meglio è...è un modo (sbagliato) di difenderlo...ma purtroppo è un atteggiamento ricorrente in tutte le mamme "chiocce" di bambini affetti da malattie...un bacio
RispondiEliminaL'idea di blog che parlino in tranquillità del "diverso" mi piace, perchè renderebbe il "diverso" meno "diverso" e più "quotidiano", che il probema spesso è solo che non siamo abituati a rapportarci con deretminate realtà, e leggerne spesso o entrarci in contatto in qualche modo, può darci un grandissimo aiuto a trovarci meno impreparati nel momento in cui dovesse capitarci e ridurre così le gaffes.
RispondiEliminaPeccato che ti sia capitato di parlarne con una mamma che non era pronta per questo passo.
Quando ero vegetariana (per carità, esperienza diversissima, ma è l'unica che ho diretta per quanto riguarda una diversità dalla media) se mi capitava che quacuno si preoccupasse di farmi trovare qualcosa che potessi mangiare anche io, senza portarmi la "sportina" o digiunare, ero molto contenta. Io la vedo come una grande attenzione nei confronti di un'esigenza di una delle persone a cui tengo.
Per dire, per il compleanno di mio figlio ho invitato anche una mia amica, la cui figlia all'epoca non aveva compiuto l'anno, e mi è sembrato naturale chiederle se avesse già introdotto alcuni alimenti (quelli allergizzanti) per preparare una torta che potessero mangiare tutti gli invitati.
Chissà se quella madre avrebbe visto di mal'occhio anche questo?
ho conosciuto per lavoro molte mamme di persone con ritardo mentale, ormai cresciute. Le ho sempre viste dibattersi nel dilemma di tutte le mamme protezione-autonomizzazione, insomma: lo tengo-lo lascio andare. Solo in un modo più intenso, drammatico, capitale. La razionalità non è l'elemento principale a guidare decisioni e comportamenti, ma anche questa mi sembra caratteristica di tutte le mamme, quando si tratta dei loro cuccioli. Secondo me la mamma che hai conosciuto, con la sua chiusura improvvisa, ha voluto sottolineare l'unicità del suo bambino, che anche se è Down, è lui e basta, come ciascuno.
RispondiEliminami ha spiazzato leggere la risposta di questa mamma, sinceramente anch'iocome te, penso che conoscendo la diversità, si riesce a spiegarla i nostri figli piccoli e ad accettarla come "normale" (scusate il giro di parole, spero di essere riuscita a spiegare il concetto). Forse questa mamma aveva tanta rabbia dentro sè e il suo era il modo per riuscire ad accettare le condizioni di suo figlio.
RispondiEliminaTrovo abbastanza normale la risposta di questa mamma... pensate a quanto già normalmente la gente "rompe" e si sente in diritto di dire qualsiasi cosa su come ogni mamma gestisce/cresce suo figlio: tutto ciò è amplificato nel caso di un caso simile. Penso anche che si tende a pensare troppo diverso chi così diverso non è: la sindrome di down, per esempio, non porta di per sè tutta questa differenza di vita rispetto ad una persona che non ne è affetta (spesso solo i tempi sono più lunghi), dipende molto da come si è cresciuti. La maggior parte delle persone down sarebbero in grado di vivere in autonomia, avere un lavoro e anche un rapporto di coppia; purtroppo tanta è ancora l'ignoranza e pochi sono i supporti validi alla famiglia. Io credo che sia per questo che poi magari si esageri forse un po' nel rispondere così: si è talmente abituati a lottare nel cercare di far percepire il proprio figlio come uguale agli altri che si finisce per farlo anche nelle piccolezze.
RispondiEliminaPurtroppo parlando già di diversità si ghettizza: siamo tutti diversi, tutti con diversi problemi. Le persone con la sindrome di down sono persone che hanno una patologia, non sono persone "diverse" che bisogna cercare di integrare.
p.s. ho lavorato diverso tempo nell'handicap e posso assicurare che tante e tante sono le patologie gravi e ben più invalidanti...